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UNO STRANO INCONTRO
Non capivo chi fosse quel tale,
che parlava guardandomi fisso,
dritto al mio mento. Sicché arrossivo
tutto in viso dalla vergogna,
mossa dal dubbio e dalla paura,
di tener sul mio viso un difetto,
che inducesse quel tale al disprezzo.
Se non era strabismo il suo,
forse ero io ad aver nella faccia
qualche cosa che dava a quell’uomo
un bel po’ di noia? Solo Dio sa,
quanto avrei voluto in quel momento
uno specchio, e togliere via ogni dubbio.
Mi misi a ripiegare il mio volto
Su me stesso, cercando con gli occhi,
Oltre il naso il giusto risvolto.
Intendendo a quel punto guardarmi,
Da me solo, cosa io avessi sul mento,
per scacciare così ogni tormento.
Ma vedendo che lui continuava
a parlare borioso e impettito,
come se nulla fosse, decisi
di piegarmi un po’ sulle ginocchia,
per portare i miei occhi laddove,
prima stava il mio celato mento.
Io parevo così ancor più basso
di quel che già non lo fossi prima,
ma incrociai finalmente il suo sguardo,
che nemmeno si accorse del cambio,
talmente era trionfante di sé
nel parlarmi e sbracciare con foga.
Finalmente poi invece io mi accorsi,
dopo mille tormenti e assilli,
chi altro non fosse quel tale, il quale
riusciva a trattenermi lì fermo
in una posa assai imbarazzante:
quello era un vero e proprio arrogante!